Incontri e convegni

Incontri ravvicinati con don Primo Mazzolari

Percorso per conoscere e approfondire la figura del sacerdote bozzolese, rivolto a guide turistiche del territorio, volontari della Fondazione Mazzolari, studiosi e interessati

Bozzolo – sala polivalente – via Matteotti 5 – Mercoledì 8 ottobre 2014 – ore 21

Don Mazzolari, chi era costui

La formazione, la grande guerra e la parrocchia di Cicognara.

 

Mercoledì 15 ottobre 2014 ore 21

Don Mazzolari parroco di Bozzolo

Gli anni bozzolesi, la seconda guerra mondiale, le sofferenze dell’obbedienza.

 

Mercoledì 29 ottobre 2014 ore 21

Don Mazzolari pensatore e scrittore

Il pensiero, la spiritualità, le opere.

Gli Incontri Saranno guidati da don BRUNO BIGNAMI – Presidente della Fondazione Mazzolari

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Diario di una primavera

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Presentazione di

Nazzareno Fabbretti

1977

 

Dall’autunno del 1944 alla primavera del 1945 – otto mesi circa – don Primo Mazzolari visse nella propria canonica di Bozzolo.

Ricercato dalle brigate nere, molti lo credettero per tutto quel tempo sui monti coi partigiani. In realtà Il pastore non abbandono mai fisicamente il proprio gregge. Chiuso in una stanza angusta e disagevole, che ha per schermo del mondo una finestra alta un metro e larga ottanta, Egli visse sul quadrante di tre stagioni il dramma di tutto un paese; e più la forzata clausura era dura e rischiosa, più il cuore del sacerdote recluso accolse in profondità le Ispirazioni e i suggerimenti del creato, del tempo, degli uomini vicini e tuttavia lontanissimi.

L’autore del libro più “scottante” che è Stato scritto dai cattolici in Italia sotto il fascismo – Impegno con Cristo – era naturalmente sgradito ai di potenti del momento. Avrebbe dovuto e potuto fuggire molto lontano, più al sicuro che a filo dei tetti delle sua chiesa. Volle invece restare a vivere e pregare – non potendo fare di più senza rischiare inutilmente la vita – con il coloro di cui egli aveva, come parroco, la responsabilità davanti a Dio e agli uomini.

 

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La Chiesa

Cosa la Chiesa può sopportare e cosa non può sopportare

Chi capisce come dev’essere presente la Chiesa in questa svolta della storia capisce anche ciò che la sua carità può sopportare e ciò che non può sopportare proprio in nome della stessa carità. Ripeto: in nome della carità, poiché la rivoluzione cristiana, l’unica che può essere giustificata anche davanti alla storia, più che da diritti conculcati o offesi nasce da doveri suggeriti e imposti al nostro cuore dalla carità che ci lega al nostro prossimo. Chi più ama è potenzialmente l’unico e vero rivoluzionario.

La Chiesa sopporta:

* il male che le fanno i suoi nemici, che, per quanto si allontanino e la rinneghino, portano sempre l’incancellabile volto di figli, e di figli tanto più cari quanto più cresce il loro perdimento;

* di essere spogliata di ogni bene materiale e di ogni privilegio concessole più o meno disinteressatamente dagli uomini;

* di vedere le sue basiliche e le sue chiese distrutte, chiusi i suoi conventi e le sue scuole, poiché è già “l’ora che né in Gerusalemme né su questo monte i veri ad6ratori adorano il Padre in spirito e in verità”;

* le persecuzioni aperte e subdole, le calunnie e le blandizie, i vituperi e i panegirici menzogneri;

* gli erranti e in un certo senso perfino l’errore quando esso non può venire colpito senza offesa mortale all’ anima dell’errante;

* di essere misconosciuta nella sua carità, colmata di obbrobrio per colpe non sue;

* il disonore che le viene dalla vita indegna dei suoi figlioli stessi, i loro rinnegamenti e i loro tradimenti;

* d’essere baciata da un Giuda, rinnegata da un Pietro.

La Chiesa non può sopportare:

* che vengano negate o diminuite o falsate le verità che essa ha il dovere di custodire e che costituiscono il patrimonio dell’umanità redenta;

* che sia cancellato dalla storia e dal cuore il senso della giustizia che è il patrimonio di tutti, ma in modo particolare dei poveri;

* la libertà e la dignità della persona e della coscienza, che sono il nostro divino respiro. Mentre sopporta senza aprir bocca di essere spogliata e tiranneggiata in qualsiasi modo, non può sopportare che vengano spogliati, conculcati, manomessi i diritti dei poveri e dei deboli, individui, città, nazioni e popoli, cristiani e non cristiani. E nella sua difesa materna e invitta è tanto più grande quanto più la sua tutela si estende alla plebs infedele, egualmente santa. Alcuni gesti di munifica protezione di Pio XII, in favore di ebrei perseguitati, hanno commosso e sollevato l’ammirazione del mondo;

* il potente che abusa della propria forza per opprimere i deboli;

* il sapiente che abusa della propria intelligenza per circuire e trarre in inganno l’ignorante;

* il ricco che abusa delle proprie ricchezze per angariare e affamare il popolo.

Vi sono quindi dei limiti nella sopportazione della Chiesa, e questi limiti vengono non dai raffreddamenti ma dai colmi della sua carità. Ciò che è abominevole per il Signore lo è pure per la sua Chiesa; la quale, senza parteggiare, non può trattare alla stessa stregua la vittima e il carnefice, l’oppressore e l’oppresso.

Chi fermerebbe la mano del malvagio, chi solleverebbe il cuore abbandonato dell’oppresso se un’egual voce raccogliesse il grido dell’uno e il gemito dell’altro?

Sarebbe un delitto il pensare, per il fatto che la Chiesa predica la pazienza ed esalta l’infinito valore del dolore, specialmente del dolore innocente, ch’essa accettasse le tristezze dei prepotenti come un mezzo provvidenziale per moltiplicare i meriti sovrannaturali dei buoni. Purtroppo il nostro linguaggio ascetico, sprovveduto di ampiezza e d’audacia mistica, può indurre un profano in apprezzamenti non solo sproporzionati ma contrari al buon senso.

La sofferenza ben sopportata mi redime e redime, ma non fa diventar buona l’ingiustizia di chi ha pesato su di me. E una bontà conseguente, che non ha nulla da spartire con la causa ingiusta che ha generato la mia sofferenza. Soffrendo bene l’ingiustizia, creo una corrente di bontà: ma non per questo gli uomini sono dispensati dal fermare con tutte le forze la sorgente di male che continua a generare l’errore.

Perché c’è uno che espia in modo edificante, io non sono scusato di lasciar fare e di lasciar passare. Il soffrire non è un bene in sé e se il Signore ci aiuta a cavare il bene dal male non vuole che noi chiamiamo bene il male, il quale va tolto di mezzo nei limiti della nostra responsabilità e della nostra carità. Il perdono stesso delle offese va all’uomo, non all’azione di lui, la quale rimane giudicata anche dopo il perdono, anzi giudicata veramente e irrevocabilmente solo dopo il perdono.

Risposta ad un aviatore [1941], ora in La chiesa, il fascismo, la guerra, Vallecchi, Firenze 1966

I compiti del laicato

Occorre salvare la parrocchia dalla cinta che i piccoli fedeli le alzano allegramente intorno e che molti parroci, scambiandola per un argine, accettano riconoscenti. Per uscirne, ci vuole un laicato che veramente collabori e dei sacerdoti pronti ad accoglierne cordialmente l’opera rispettando quella felice, per quanto incompleta struttura spirituale, che fa il laicato capace d’operare religiosamente nell’ambiente in cui vive. Un grave pericolo è la clericalizzazione del laicato cattolico, cioè la sostituzione della mentalità propria del sacerdote a quella del laico, creando un duplicato d’assai scarso rendimento.

Non devesi confondere l’anima col metodo dell’apostolato. Il laico deve agire con la sua testa e con quel metodo che diventa fecondo perché legge e interpreta il bisogno religioso del proprio ambiente. Deformandolo, sia pure con l’intento di perfezionarlo, gli si toglie ogni efficacia là dove la Chiesa gli affida la missione. Il pericolo non è immaginario. In qualche parrocchia sono gli elementi meno vivi, meno intelligenti, meno simpatici che vengono scelti a collaboratori, purché docili e maneggevoli.

“Gli altri non si prestano”. Non è sempre vero oppure l’accusa non è vera nel senso che le si vuol dare. In troppe parrocchie si ha paura dell’intelligenza, la quale vede con occhi propri, pensa con la propria testa e parla un suo linguaggio. I parrocchiani che dicono sempre di sì, che son sempre disposti ad applaudire, festeggiare e… mormorare non sono a lungo andare né simpatici né utili. Il figliuolo che nella parabola dice di no e poi va è molto più apostolo del fratello che accetta e non fa.

Il professionismo, sottospecie di fariseismo, sta in agguato anche nella parrocchia, mentre il laicismo – pensiero e vita staccati da ogni senso religioso – può essere superato soltanto da un audace laicato cattolico, al quale spetta, come compito principale e urgente, di ricreare cristianamente la vita della parrocchia senza portarla fuori dalla realtà e senza imporle delle mutilazioni in ciò ch’essa possiede di buono, di vero, di grande e di bello.

Bisogna ritrovare il coraggio di porsi in concreto i veri problemi dell’apostolato parrocchiale. Molti temono che la discussione prenda la mano all’azione. In certi spiriti superficiali purtroppo è possibile. Ma nei cuori profondi che vivono con pura passione questa grande ora cristiana (cuori che sentono in tal maniera sono legioni dentro e ai margini della Chiesa), la discussione, anche se vivace, è sempre una protesta d’amore e un documento di vita.

Lettera sulla parrocchia [1937], ora in Per una Chiesa in stato di missione, Editrice Esperienze, Fossano 1999

La parrocchia

La stragrande maggioranza dei preti italiani si trova a disagio nello schema seminor-ghese della sua giornata e chiede di uscirne per ritrovarsi vicino al popolo di Dio e parlargli a cuore a cuore. L’impresa è così bella che non oso nemmeno fissarla in volto. Sono troppo stanco! Anche il sogno stanca. Ma come spaccare diversamente la durissima crosta delle dif-fidenze, dei dubbi, dei pregiudizi, delle stanchezze, dei disamoramenti, che circondano e ac-compagnano così spesso il nostro lavoro parrocchiale? Come richiamare i motivi eterni delle beatitudini evangeliche, se non ci buttiamo perdutamente sulla strada di esse?

“Se vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che hai e dallo ai poveri”.
“Non prendete né bisaccia, né mantello, né oro, né argento, né bastone, né spada…”.

Questo parlare del Signore, per noi, non è consiglio, ma comando. Quel giorno che non avremo più entrate né bilanci, quando saremo un po’ come gli uccelli dell’aria e i gigli del campo, lo scandalo porterà frutto.

Questo nostro povero mondo materialista e calcolatore non può essere salvato sul pia-no del calcolo e della quantità. Dio ha sempre scelto le cose che non sono per confondere quelle che credono di essere; gli ignoranti per confondere i sapienti; i folli per confondere i prudenti; i poveri per confondere i ricchi. Forse quando ho incominciato a scrivere non vole-vo arrivare fin qui. Ma col Vangelo in mano si sa dove s’incomincia e non si sa dove si fini-sce.

Il Vangelo è novità e sorpresa. La strada continua per chi ha osato aprire il libro, e di-re: “Ti seguiremo ovunque andrai”. Ma “gli uccelli dell’aria hanno un nido, le volpi una tana: il Figlio dell’uomo non ha ove posare il capo”.

La Provvidenza sta tagliandoci gli ormeggi: direi che c’impedisce di fare l’economo, l’amministratore, mestieri che hanno troppa parentela col mercenario. lì denaro non risponde più al prete, ci disobbedisce: solo la povertà, ma una povertà accolta con passione, ci è rima-sta fedele. In terra cristiana, il povero è la più onorevole professione; per un sacerdote, è la vocazione.

Chiudo, benché il discorso sia appena avviato. È bene che il dibattito resti sui punti fondamentali. lì mio non è che un invito. Indicare dei rimedi e delle strade è molto e niente, se i rimedi non vengono bene applicati, se le strade non vengono camminate per arrivare, ma solo per dire che ci muoviamo.

Il professionismo, sottospecie di fariseismo, sta in agguato anche nella parrocchia; mentre il laicismo – pensiero e vita staccati da ogni senso religioso – può essere superato sol-tanto da un audace laicato cattolico al quale spetta come compito principale e urgente di ri-creare cristianamente la vita della parrocchia senza portarla fuori dalla realtà e senza imporle delle mutilazioni in ciò che essa possiede di buono, di grande e di bello.

“La parrocchia rimane la comunità base della Chiesa, a patto che si faccia più acco-gliente e più adatta” (card. Suhard).

Bisogna ritrovare il coraggio di porsi in concreto i veri problemi dell’apostolato par-rocchiale. Molti temono la discussione. La discussione, nei cuori profondi, anche se vivace e ardita, è sempre una protesta d’amore e un documento di vita. E la Chiesa, oggi, ha bisogno di gente consapevole, penitente e operosa, fatta così.

La parrocchia [1957], ora in Per una Chiesa in stato di missione, Editrice Esperienze, Fossano 1999

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I lontani

Cristianesimo e comunismo

La condanna dottrinale crea l’antitesi fra il Cristianesimo e il comunismo: ma nessun comunista intelligente e retto s’illuse mai che la sua concezione materialista della vita e della storia, sia pure con l’intenzione di far meno infelice l’uomo, potesse essere sopportata dalla Chiesa. Ma la condanna – e lo ricordino i massimalisti e gli zeloti – non va più in là, conglobando, come pare che molti facciano, nello stesso giudizio di riprovazione, la sete di giustizia che muove il comunismo e il suo lodevole sforzo verso un riordinamento sociale.

L’urto si profila quando dei cristiani, invece di leggere la condanna come una regola di orientamento a un’azione sociale veramente cristiana, si riparano dietro le encicliche e i messaggi, per disimpegnarsi e per continuare a sparare contro il “nemico” invece di superarlo, costruendo sulla roccia invece che sulla sabbia. L’edificare sulla sabbia è un infelice mestiere: ma io credo che tra coloro che disponendo della roccia non scavano fondamenta né alzano un muro, paghi di magnificare la saldezza del loro terreno, e coloro che in qualche maniera s’adoperano a costruire sia pure su terreno friabile, siano preferibili questi ultimi. Sono almeno uomini di buona volontà, che non seppelliscono il talento. La verità, che si compiace di contemplarsi, è come la fede senza opere, cosa morta: e anche i poveri finiranno per preferire un errore che si adopera in loro favore a una verità che non s’accorge di essi.

Impegni cristiani, istanze comuniste [1945], ora in Il coraggio del confronto e del dialogo, Edizioni Dehoniane, Bologna 1979

Siamo tutti prodighi

Ma ditemi un po’ che strade dobbiamo fare, e attraverso quali lezioni od esperienze bisogna passare per arrivare a comprendere che bisogna ritornare a casa nostra? Seguite la storia del “prodigo” come ce la racconta la parabola, e come ho cercato, nelle domeniche precedenti, di presentarla. È venuta la povertà, è venuta la miseria, è venuta l’indigenza, è venuto l’abbandono, è venuta la fame… Son tutte delle disgrazie, siamo completamente d’accordo! Il Signore non ce le ha mandate; siamo noi che ce le siamo procurate. Eppure, vedete, il Signore in questi guai fabbricati da noi ha messo, che cosa? la possibilità del nostro ricupero, del capire qualche cosa.

Se noi dovessimo vedere certe sventure della nostra vita in questa luce di carità del Signore, come le considereremmo con altri occhi, e come saremmo più pronti a riconoscere la mano del Signore che, attraverso strade che non sono molto desiderabili, ci ricompone, ci riconduce sulla strada buona: ci riconduce prima di tutto dentro di noi stessi, e poi ci porta a ritrovare il bisogno di Lui. Del resto, per quanto la nostra esperienza possa essere scarsa in proposito – e mi riferisco soprattutto ai giovani -, ognuno di noi ha avuto occasione di benedire certe disgrazie, certe cose che non sono andate bene, certi disastri anche materiali, che ci sono capitati.

Abbiamo potuto vedere fino in fondo alle nostre illusioni. Ci siamo disincantati. Non ci fu bisogno che qualcheduno ci facesse la predica: ce la facciamo da noi stessi, la predica. E la vita che ci. fa la predica! È l’esperienza che ci fa la predica.

Discorsi, Edizioni Dehoniane, Bologna 1978

 

 

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Impegno

Anno XXV – n° 2 – Novembre 2014 (49)

In questo numero

Don primo, una moderna fede inquieta. Sintonie con il pensiero di Bergoglio

La parola a don Primo

Primo Mazzolari, Quegli intensi Messaggi della Speranza alle «anime disperate» del dopoguerra

Studi, analisi, contributi

Anselmo PALINI, Riformismo religioso, un tratto comune fra Mazzolari e il vescovo Bonomelli

STEFANO BINDI, Credere? Un rischio e una scommessa. Significa «mettersi nelle mani dell’Altro»

Dossier – Atti del convegno di Crema

ANGELO LAMERI, Alla vigilia del Concilio Vaticano II: “movimento liturgico” e rinnovamento

BRUNO BIGNAMI, Don Primo Mazzolari e la liturgia: «Alla domenica mi sento veramente padre»

ROMANO DASTI, Mazzolari e Crema: inviti dei vescovi, predicazioni, comizi, ma pochi veri amici

Scaffale

I fatti e i giorni della Fondazione

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Impegno

Anno XXV – n° 1 – Aprile 2014 (48)

 In questo numero

GIANNI BORSA, Il sacerdote fedele alla sua comunità che guardava oltre i confini parrocchiali

Studi, analisi, contributi

BRUNO BIGNAMI, «Il disoccupato, viaggiatore piantato in asso». Don Primo e l’impegno cristiano nel sindacato

GIORGIO CAMPANINI, Cattolici e mondo del lavoro: scambio epistolare tra Sergio Paronetto e don Mazzolari

DIEGO MAIANTI, Visite pastorali a Bozzolo: «La parrocchia, nonostante tutto, è una cara larga famiglia»

Gli amici di Mazzolari

BRUNO BIGNAMI, Don Silvio Ravera e Mazzolari: un discepolo a fianco del maestro

BRUNO BIGNAMI, Mons. Marra: quel lavoro gomito a gomito per preparare il libro La carità del Papa

Scaffale

I fatti e i giorni della Fondazione

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