Preghiera per la beatificazione del Servo di Dio don Primo Mazzolari

Padre Misericordioso,

tu hai chiamato don Primo Mazzolari

ad esprimere, nel suo ministero di parroco,

una particolare sollecitudine per i lontani e i poveri.

Discepolo appassionato della Parola,

fu predicatore instancabile del Vangelo.

Costruttore di pace,

apostolo inquieto della giustizia,

egli ci ha mostrato in Gesù Cristo,

nato «fuori casa» e morto «fuori città», il crocevia,

il punto di incontro tra Te e l’umanità.

Nessuno è fuori della salvezza, o Padre,

perché nessuno è fuori del Tuo amore

che non si arresta di fronte alle nostre opposizioni.

Ti preghiamo umilmente:

per sua intercessione accordaci la grazia

che fiduciosi Ti chiediamo.

 

Padre nostro, Ave Maria, Gloria

con approvazione ecclesiastica

+ Dante Lafranconi

vescovo di Cremona

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Tu non uccidere

tunonuccidere

Edizione critica a cura di:

Paolo Trionfini

 

Nel suo «manifesto» pacifista, uscito in forma anonima nel 1955 per evitare provvedimenti ecclesiastici, don Primo Mazzolari condensa una tormentata riflessione sulla guerra, maturata nel fuoco dei drammi del Novecento. Il testo ebbe una forte risonanza nei più disparati contesti culturali e due anni dopo il «parroco d’Italia» ha pubblicato una seconda edizione, sempre in forma anonima, tenendo conto delle reazioni suscitate. Tu non uccidere viene qui proposto per la prima volta in edizione critica, secondo il testo originario, con un ricco apparato di note che aiuta a contestualizzare i passaggi e comprenderne le fonti d’ispirazione, dalla Bibbia al magistero, dalla teologia morale ai fatti di cronaca. Un’ampia introduzione del curatore ricostruisce puntualmente le genesi del testo, collocandolo nel percorso di ricerca della pace che ha accompagnato Il mondo cattolico nel corso del «secolo breve».

Esiste una edizione precedente pubblicata nel 1991 con i tipi della San Paolo a cura di Arturo Chiodi e prefazione di Mons. Loris Francesco Capovilla

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Tempo di credere

Tempo di credere

Edizione critica a cura di

Mariangela Maraviglia

 

 

Tempo di credere, terminato da don Primo nella seconda metà del 1940, viene sequestrato per ordine del Ministero della cultura popolare nel marzo 1941 e diffuso in forma clandestina negli anni successivo. E’ una meditazione sull’episodio evangelico dei due discepoli di Emmaus, ma il sequestro indica in modo eloquente che si tratta di una meditazione del tutto particolare. In anni in cui la cultura ufficiale definisce le persone e i popoli in base alla razza e alle alleanze di guerra, Mazzolari definisce la Chiesa come “focolare che non conosce assenze” e dedica il volume “alla legione degli smarriti sempre più vicina al mio povero cuore, sempre più cara al cuore di tutti”: propone dunque il principio dell’accoglienza. Gesù, che si fa uomo e che cammina con l’uomo, restituisce prospettive rinnovate all’intera vicenda umana; la consapevolezza dell’amore donato e condiviso permette di reinventare uno stile di carità che don Primo auspica fermento creativo dell’unità della Chiesa. Gli scriveva con profonda adesione Giancarlo Vigorelli: “Ho letto quasi tutto il tuo libro, che mi è sembrato ed è certo il tuo più carico ed intenso, il più giustamente disperato”.

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Presentazione DIARIO V 1945-1950

Parrocchia di San Pietro – Fondazione Mazzolari – Comune di Bozzolo

 

  Presentazione del DIARIO V 1945-1950

Mazzolari, profeta di misericordia

Percorso giubilare con don Primo Mazzolari

Mercoledì 27 aprile 2016 – ore 21.00

Sala Civica – Piazza Europa 19 – Bozzolo

Diario V

Interverrà  Giorgio Vecchio

presidente del Comitato Scientifico della “Fondazione Don Primo Mazzolari”

L’invito è rivolto a tutti

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La parola ai poveri

Presentazione in anteprima del volume di di di di di don Primo Mazzolari

LA PAROLA AI POVERI

a cura di Leonardo Sapienza

con testo autografo di p apa Francesco

colmegna955

Mercoledì 19 ottobre 2016

Ore 21.00 in Sala Civica, piazza Europa, 19 – Bozzolo

interviene:

don Virginio Colmegna

presidente della Fondazione « Casa della Carità » di Milano

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La Chiesa

Cosa la Chiesa può sopportare e cosa non può sopportare

Chi capisce come dev’essere presente la Chiesa in questa svolta della storia capisce anche ciò che la sua carità può sopportare e ciò che non può sopportare proprio in nome della stessa carità. Ripeto: in nome della carità, poiché la rivoluzione cristiana, l’unica che può essere giustificata anche davanti alla storia, più che da diritti conculcati o offesi nasce da doveri suggeriti e imposti al nostro cuore dalla carità che ci lega al nostro prossimo. Chi più ama è potenzialmente l’unico e vero rivoluzionario.

La Chiesa sopporta:

* il male che le fanno i suoi nemici, che, per quanto si allontanino e la rinneghino, portano sempre l’incancellabile volto di figli, e di figli tanto più cari quanto più cresce il loro perdimento;

* di essere spogliata di ogni bene materiale e di ogni privilegio concessole più o meno disinteressatamente dagli uomini;

* di vedere le sue basiliche e le sue chiese distrutte, chiusi i suoi conventi e le sue scuole, poiché è già “l’ora che né in Gerusalemme né su questo monte i veri ad6ratori adorano il Padre in spirito e in verità”;

* le persecuzioni aperte e subdole, le calunnie e le blandizie, i vituperi e i panegirici menzogneri;

* gli erranti e in un certo senso perfino l’errore quando esso non può venire colpito senza offesa mortale all’ anima dell’errante;

* di essere misconosciuta nella sua carità, colmata di obbrobrio per colpe non sue;

* il disonore che le viene dalla vita indegna dei suoi figlioli stessi, i loro rinnegamenti e i loro tradimenti;

* d’essere baciata da un Giuda, rinnegata da un Pietro.

La Chiesa non può sopportare:

* che vengano negate o diminuite o falsate le verità che essa ha il dovere di custodire e che costituiscono il patrimonio dell’umanità redenta;

* che sia cancellato dalla storia e dal cuore il senso della giustizia che è il patrimonio di tutti, ma in modo particolare dei poveri;

* la libertà e la dignità della persona e della coscienza, che sono il nostro divino respiro. Mentre sopporta senza aprir bocca di essere spogliata e tiranneggiata in qualsiasi modo, non può sopportare che vengano spogliati, conculcati, manomessi i diritti dei poveri e dei deboli, individui, città, nazioni e popoli, cristiani e non cristiani. E nella sua difesa materna e invitta è tanto più grande quanto più la sua tutela si estende alla plebs infedele, egualmente santa. Alcuni gesti di munifica protezione di Pio XII, in favore di ebrei perseguitati, hanno commosso e sollevato l’ammirazione del mondo;

* il potente che abusa della propria forza per opprimere i deboli;

* il sapiente che abusa della propria intelligenza per circuire e trarre in inganno l’ignorante;

* il ricco che abusa delle proprie ricchezze per angariare e affamare il popolo.

Vi sono quindi dei limiti nella sopportazione della Chiesa, e questi limiti vengono non dai raffreddamenti ma dai colmi della sua carità. Ciò che è abominevole per il Signore lo è pure per la sua Chiesa; la quale, senza parteggiare, non può trattare alla stessa stregua la vittima e il carnefice, l’oppressore e l’oppresso.

Chi fermerebbe la mano del malvagio, chi solleverebbe il cuore abbandonato dell’oppresso se un’egual voce raccogliesse il grido dell’uno e il gemito dell’altro?

Sarebbe un delitto il pensare, per il fatto che la Chiesa predica la pazienza ed esalta l’infinito valore del dolore, specialmente del dolore innocente, ch’essa accettasse le tristezze dei prepotenti come un mezzo provvidenziale per moltiplicare i meriti sovrannaturali dei buoni. Purtroppo il nostro linguaggio ascetico, sprovveduto di ampiezza e d’audacia mistica, può indurre un profano in apprezzamenti non solo sproporzionati ma contrari al buon senso.

La sofferenza ben sopportata mi redime e redime, ma non fa diventar buona l’ingiustizia di chi ha pesato su di me. E una bontà conseguente, che non ha nulla da spartire con la causa ingiusta che ha generato la mia sofferenza. Soffrendo bene l’ingiustizia, creo una corrente di bontà: ma non per questo gli uomini sono dispensati dal fermare con tutte le forze la sorgente di male che continua a generare l’errore.

Perché c’è uno che espia in modo edificante, io non sono scusato di lasciar fare e di lasciar passare. Il soffrire non è un bene in sé e se il Signore ci aiuta a cavare il bene dal male non vuole che noi chiamiamo bene il male, il quale va tolto di mezzo nei limiti della nostra responsabilità e della nostra carità. Il perdono stesso delle offese va all’uomo, non all’azione di lui, la quale rimane giudicata anche dopo il perdono, anzi giudicata veramente e irrevocabilmente solo dopo il perdono.

Risposta ad un aviatore [1941], ora in La chiesa, il fascismo, la guerra, Vallecchi, Firenze 1966

I compiti del laicato

Occorre salvare la parrocchia dalla cinta che i piccoli fedeli le alzano allegramente intorno e che molti parroci, scambiandola per un argine, accettano riconoscenti. Per uscirne, ci vuole un laicato che veramente collabori e dei sacerdoti pronti ad accoglierne cordialmente l’opera rispettando quella felice, per quanto incompleta struttura spirituale, che fa il laicato capace d’operare religiosamente nell’ambiente in cui vive. Un grave pericolo è la clericalizzazione del laicato cattolico, cioè la sostituzione della mentalità propria del sacerdote a quella del laico, creando un duplicato d’assai scarso rendimento.

Non devesi confondere l’anima col metodo dell’apostolato. Il laico deve agire con la sua testa e con quel metodo che diventa fecondo perché legge e interpreta il bisogno religioso del proprio ambiente. Deformandolo, sia pure con l’intento di perfezionarlo, gli si toglie ogni efficacia là dove la Chiesa gli affida la missione. Il pericolo non è immaginario. In qualche parrocchia sono gli elementi meno vivi, meno intelligenti, meno simpatici che vengono scelti a collaboratori, purché docili e maneggevoli.

“Gli altri non si prestano”. Non è sempre vero oppure l’accusa non è vera nel senso che le si vuol dare. In troppe parrocchie si ha paura dell’intelligenza, la quale vede con occhi propri, pensa con la propria testa e parla un suo linguaggio. I parrocchiani che dicono sempre di sì, che son sempre disposti ad applaudire, festeggiare e… mormorare non sono a lungo andare né simpatici né utili. Il figliuolo che nella parabola dice di no e poi va è molto più apostolo del fratello che accetta e non fa.

Il professionismo, sottospecie di fariseismo, sta in agguato anche nella parrocchia, mentre il laicismo – pensiero e vita staccati da ogni senso religioso – può essere superato soltanto da un audace laicato cattolico, al quale spetta, come compito principale e urgente, di ricreare cristianamente la vita della parrocchia senza portarla fuori dalla realtà e senza imporle delle mutilazioni in ciò ch’essa possiede di buono, di vero, di grande e di bello.

Bisogna ritrovare il coraggio di porsi in concreto i veri problemi dell’apostolato parrocchiale. Molti temono che la discussione prenda la mano all’azione. In certi spiriti superficiali purtroppo è possibile. Ma nei cuori profondi che vivono con pura passione questa grande ora cristiana (cuori che sentono in tal maniera sono legioni dentro e ai margini della Chiesa), la discussione, anche se vivace, è sempre una protesta d’amore e un documento di vita.

Lettera sulla parrocchia [1937], ora in Per una Chiesa in stato di missione, Editrice Esperienze, Fossano 1999

La parrocchia

La stragrande maggioranza dei preti italiani si trova a disagio nello schema seminor-ghese della sua giornata e chiede di uscirne per ritrovarsi vicino al popolo di Dio e parlargli a cuore a cuore. L’impresa è così bella che non oso nemmeno fissarla in volto. Sono troppo stanco! Anche il sogno stanca. Ma come spaccare diversamente la durissima crosta delle dif-fidenze, dei dubbi, dei pregiudizi, delle stanchezze, dei disamoramenti, che circondano e ac-compagnano così spesso il nostro lavoro parrocchiale? Come richiamare i motivi eterni delle beatitudini evangeliche, se non ci buttiamo perdutamente sulla strada di esse?

“Se vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che hai e dallo ai poveri”.
“Non prendete né bisaccia, né mantello, né oro, né argento, né bastone, né spada…”.

Questo parlare del Signore, per noi, non è consiglio, ma comando. Quel giorno che non avremo più entrate né bilanci, quando saremo un po’ come gli uccelli dell’aria e i gigli del campo, lo scandalo porterà frutto.

Questo nostro povero mondo materialista e calcolatore non può essere salvato sul pia-no del calcolo e della quantità. Dio ha sempre scelto le cose che non sono per confondere quelle che credono di essere; gli ignoranti per confondere i sapienti; i folli per confondere i prudenti; i poveri per confondere i ricchi. Forse quando ho incominciato a scrivere non vole-vo arrivare fin qui. Ma col Vangelo in mano si sa dove s’incomincia e non si sa dove si fini-sce.

Il Vangelo è novità e sorpresa. La strada continua per chi ha osato aprire il libro, e di-re: “Ti seguiremo ovunque andrai”. Ma “gli uccelli dell’aria hanno un nido, le volpi una tana: il Figlio dell’uomo non ha ove posare il capo”.

La Provvidenza sta tagliandoci gli ormeggi: direi che c’impedisce di fare l’economo, l’amministratore, mestieri che hanno troppa parentela col mercenario. lì denaro non risponde più al prete, ci disobbedisce: solo la povertà, ma una povertà accolta con passione, ci è rima-sta fedele. In terra cristiana, il povero è la più onorevole professione; per un sacerdote, è la vocazione.

Chiudo, benché il discorso sia appena avviato. È bene che il dibattito resti sui punti fondamentali. lì mio non è che un invito. Indicare dei rimedi e delle strade è molto e niente, se i rimedi non vengono bene applicati, se le strade non vengono camminate per arrivare, ma solo per dire che ci muoviamo.

Il professionismo, sottospecie di fariseismo, sta in agguato anche nella parrocchia; mentre il laicismo – pensiero e vita staccati da ogni senso religioso – può essere superato sol-tanto da un audace laicato cattolico al quale spetta come compito principale e urgente di ri-creare cristianamente la vita della parrocchia senza portarla fuori dalla realtà e senza imporle delle mutilazioni in ciò che essa possiede di buono, di grande e di bello.

“La parrocchia rimane la comunità base della Chiesa, a patto che si faccia più acco-gliente e più adatta” (card. Suhard).

Bisogna ritrovare il coraggio di porsi in concreto i veri problemi dell’apostolato par-rocchiale. Molti temono la discussione. La discussione, nei cuori profondi, anche se vivace e ardita, è sempre una protesta d’amore e un documento di vita. E la Chiesa, oggi, ha bisogno di gente consapevole, penitente e operosa, fatta così.

La parrocchia [1957], ora in Per una Chiesa in stato di missione, Editrice Esperienze, Fossano 1999

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I lontani

Cristianesimo e comunismo

La condanna dottrinale crea l’antitesi fra il Cristianesimo e il comunismo: ma nessun comunista intelligente e retto s’illuse mai che la sua concezione materialista della vita e della storia, sia pure con l’intenzione di far meno infelice l’uomo, potesse essere sopportata dalla Chiesa. Ma la condanna – e lo ricordino i massimalisti e gli zeloti – non va più in là, conglobando, come pare che molti facciano, nello stesso giudizio di riprovazione, la sete di giustizia che muove il comunismo e il suo lodevole sforzo verso un riordinamento sociale.

L’urto si profila quando dei cristiani, invece di leggere la condanna come una regola di orientamento a un’azione sociale veramente cristiana, si riparano dietro le encicliche e i messaggi, per disimpegnarsi e per continuare a sparare contro il “nemico” invece di superarlo, costruendo sulla roccia invece che sulla sabbia. L’edificare sulla sabbia è un infelice mestiere: ma io credo che tra coloro che disponendo della roccia non scavano fondamenta né alzano un muro, paghi di magnificare la saldezza del loro terreno, e coloro che in qualche maniera s’adoperano a costruire sia pure su terreno friabile, siano preferibili questi ultimi. Sono almeno uomini di buona volontà, che non seppelliscono il talento. La verità, che si compiace di contemplarsi, è come la fede senza opere, cosa morta: e anche i poveri finiranno per preferire un errore che si adopera in loro favore a una verità che non s’accorge di essi.

Impegni cristiani, istanze comuniste [1945], ora in Il coraggio del confronto e del dialogo, Edizioni Dehoniane, Bologna 1979

Siamo tutti prodighi

Ma ditemi un po’ che strade dobbiamo fare, e attraverso quali lezioni od esperienze bisogna passare per arrivare a comprendere che bisogna ritornare a casa nostra? Seguite la storia del “prodigo” come ce la racconta la parabola, e come ho cercato, nelle domeniche precedenti, di presentarla. È venuta la povertà, è venuta la miseria, è venuta l’indigenza, è venuto l’abbandono, è venuta la fame… Son tutte delle disgrazie, siamo completamente d’accordo! Il Signore non ce le ha mandate; siamo noi che ce le siamo procurate. Eppure, vedete, il Signore in questi guai fabbricati da noi ha messo, che cosa? la possibilità del nostro ricupero, del capire qualche cosa.

Se noi dovessimo vedere certe sventure della nostra vita in questa luce di carità del Signore, come le considereremmo con altri occhi, e come saremmo più pronti a riconoscere la mano del Signore che, attraverso strade che non sono molto desiderabili, ci ricompone, ci riconduce sulla strada buona: ci riconduce prima di tutto dentro di noi stessi, e poi ci porta a ritrovare il bisogno di Lui. Del resto, per quanto la nostra esperienza possa essere scarsa in proposito – e mi riferisco soprattutto ai giovani -, ognuno di noi ha avuto occasione di benedire certe disgrazie, certe cose che non sono andate bene, certi disastri anche materiali, che ci sono capitati.

Abbiamo potuto vedere fino in fondo alle nostre illusioni. Ci siamo disincantati. Non ci fu bisogno che qualcheduno ci facesse la predica: ce la facciamo da noi stessi, la predica. E la vita che ci. fa la predica! È l’esperienza che ci fa la predica.

Discorsi, Edizioni Dehoniane, Bologna 1978

 

 

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L’ostinazione della pace

L’obiezione di coscienza

[…] se la buona fede basta a giustificare la coscienza personale di chi dà il comando, non basta a far tranquilli sulla bontà di esso coloro che ne vengono impegnati per obbedienza. La coscienza non può abdicare interamente nelle mani di nessuna creatura, fosse il più grande degli uomini o il più santo. Il cristiano, pur obbedendo alle gerarchie ecclesiastiche che tengono quaggiù il luogo del Signore, non fa rinuncia alla propria anima. Non ci si salva per delega. Ognuno risponde della propria anima, come risponde del proprio prossimo. Il comandamento di qualsiasi uomo può avere qualche cosa di falso o di ingiusto, poiché il Signore, all’infuori dell’infallibilità del pontefice contenuta in termini rigidissimi, non ha garantito nessuno contro le sorprese del maligno. Quindi anche l’ultimo cittadino ha il dovere di obbedire con gli occhi aperti e coscienza vigile.

Vi sono comandamenti che non ammettono incertezze, tanto sono precisi e sufficientemente posseduti dalla coscienza cristiana. Per timore di eccessi o di esaltazioni criminose, non si deve negare ogni valore e ogni autonomia nel giudizio e nell’azione alla coscienza. Non occorre che intervenga ogni momento la Chiesa a ricordare e a precisare ciò che ormai costituisce il pacifico possesso di innumerevoli coscienze cristiane; molto più ch’essa non potrebbe in certe subitanee emergenze pubbliche o private essere tempestivamente presente. L’iniquità di certi ordini o di certe situazioni impostemi non può venir giudicata sul campo che dalla mia coscienza; poiché solo la mia coscienza ne è chiamata a rispondere davanti a Dio e davanti agli uomini.

Per capire che un cristiano non può odiare nessuno, nemmeno il nemico del proprio paese, non c’è bisogno che egli lo chieda al suo parroco o al suo vescovo, tanto meno al papa; e l’obbligo di resistere a tale ingiunzione, qualora ci venga imposta dalla stessa autorità costituita, sgorga evidente appena ne avverte l’immoralità […].

La guerra mette in palio la mia vita e la vita del mio prossimo. I morti non si contano più; i lutti, le rovine sono incalcolabili; le conseguenze morali e spirituali spaventose. Chi ha il coraggio di negare che il più direttamente impegnato nella guerra, colui che va a morire e va a far morire, non abbia diritto di sapere almeno se muore per una causa giusta? “Si tratta – sono milioni e milioni che parlano – della mia vita, la cosa più grande che io ho e di cui Dio solo è il padrone vero; e si pretende che io la metta o la tolga, all’oscuro, con un atto di fede che non so dove appoggiarlo!”.

Morire è una cosa tremenda, ma ancora sopportabile; è il far morire che, per un cristiano, il quale come il Cristo ha per missione di dar vita, è il colmo dell’atrocità!…

“Ditemi almeno perché debbo uccidere!”.

Il “salus reipublicae suprema lex” non ci basta più. La nostra anima cristiana non può essere riportata sul piano assolutista e pagano di ieri, anche se i regimi vi hanno fatto ritorno a bandiere spiegate. La volontà popolare, espressa come era espressa nelle varie forme delle libertà popolari, poteva anche essere un’illusione, tanto facile l’addomesticamento dell’opinione pubblica. Ma almeno veniva riconosciuto, se non ben tutelato, il diritto della persona di prendere la parola in una decisione di vita o di morte. Adesso che in vari paesi è tornato di moda l’assolutismo che giudica della guerra e della pace, e quindi della vita di milioni di creature umane senza nulla chiedere e senza alcuna esitazione, chi può e deve tutelare i diritti inalienabili della coscienza e della vita, della giustizia e della carità, imponendo ai tiranni riflessione e umanità?

Divenuti inutili e spregiati fino al ridicolo i controlli di un potere sopranazionale o societario, se si toglie anche alla coscienza la sua naturale autonomia e il suo diritto di difesa contro le invasioni dello Stato, che cosa rimane dell’uomo e delle sue prerogative divine?

Tra i due eccessi, l’uomo misura di ogni cosa e l’uomo schiacciato da ogni cosa, c’è la linea cristiana che concilia i diritti dell’uomo con i diritti della comunità, la quale non può essere che in funzione del perfezionamento stesso dell’uomo. Un tempo, l’arbitrio del principe obbligava i sudditi a gravi sacrifici, ma le milizie almeno erano mercenarie, quindi volontarie in un certo senso. Oggi, con la coscrizione obbligatoria e la nazione armata, tutti siamo costretti ad accettare il sacro dovere di uccidere e farsi uccidere.

Nella luce di questa disumana realtà va riesaminata dai cattolici, con maggior benevolenza che per il passato, l’obiezione di coscienza, considerata come un tentativo di difesa primordiale della ripugnanza cristiana al mestiere dell’uccidere. In così drammatica situazione, la Chiesa può limitarsi a elogiare il dovere e la fedeltà a esso? Non sarebbe una maniera, sia pure indiretta e bene intenzionata, di togliere il respiro delle coscienze e aiutare l’oppressione?

Risposta ad un aviatore [1941], ora in La chiesa, il fascismo, la guerra, Vallecchi, Firenze 1966.

Prepara la pace

A parte che la guerra è sempre criminale in sé e per sé (poiché affida alla forza la soluzione di un problema di diritto); a parte che essa è sempre mostruosamente sproporzionata (per il sacrificio che richiede, contro i risultati che ottiene, se pur li ottiene); a parte che essa è sempre una trappola per la povera gente (che paga col sangue e ne ricava i danni e le beffe); a parte che essa è sempre antiumana e anticristiana (perché si rivela una trappola bestiale e ferisce direttamente lo spirito del Cristianesimo); a parte che essa è sempre inutile strage (perché una soluzione di forza non è giusta; e sempre comunque apre la porta agli abusi e crea nuovi scontri): qual è la guerra giusta e quella ingiusta? Può bastare l’affidarsi alla cronaca pura, alle semplici date, per stabilire chi attacca per primo, chi offende e chi si difende? […]

Grandi e belle realtà la patria, il popolo, la libertà, la giustizia… Ma esse van servite con la pace: ché la guerra ammazza la patria, la quale, se non è un nome vano, è fatta di cittadini, di case; immiserisce il popolo; fa servi di dittatori o stranieri; e con la miseria eccita furto rapacità e sfruttamento, per cui l’ingiustizia aumenta. Chi ama veramente la patria le assicura la pace, cioè la vita: come chi ama suo figlio gli assicura salute. La pace è la salute di un popolo […].

Noi crediamo però che se qualcuno, comandato a battersi, avesse coscienza chiara e sicura di trasgredire il comandamento di Dio, egli non incorrerebbe nella riprovazione della Chiesa, poiché il rifiuto del cristiano alla guerra, più che una rivolta all’ordine temporale, sarebbe una fedeltà all’ordine eterno. Quando l’ordine temporale non obbedisce all’ordine eterno “è meglio obbedire a Dio che agli uomini”. Perché c’è anche il mito del dovere che può schiacciare l’uomo, ed è ben doloroso che proprio noi cristiani, difensori nati della persona umana, ce ne facciamo i divulgatori. Il bene è lo spazio vitale del dovere. Dove comincia l’errore o l’iniquità, cessa la santità del dovere, la sua obbligatorietà, e incomincia un altro dovere: il dovere di disobbedire all’uomo per rimanere fedeli a Dio […].

Non è giunto ormai il momento, per la teologia, di individuare, di smascherare, di colpire tutte quelle forme mentali, quelle tacite acquiescenze, quelle attività criminose che preparano da lontano ma sicuramente le guerre? Non è giunta l’ora di denunciare energicamente tutte quelle storture blasfeme che tentano di trascinare Dio nei labirinti dell’agguato umano? E perché tanta economia di insegnamenti sopra il delitto di Caino moltiplicato all’infinito, quando tutto lo spirito e la lettera del Cristianesimo è pace, carità, primato dello spirito sulla materia, e soprattutto quando il Vangelo ha lanciato per primo il più realistico, attuale, evidente, dei moniti: “Chi di spada ferisce, di spada perisce”? […]

E allora i casi sono due. Se si condanna la guerra senza eccezioni, si può logicamente rinunciare al riarmo, ma se ne si ammette, sia pure in pochi casi, la doverosità morale di fronte a una guerra dichiarata e creduta giusta, non ha senso predicare e praticare il disarmo. Non si fanno le guerre per perderle. Per noi preparare la guerra, riarmarsi vuoi dire allestire condizioni per la guerra. Le armi si fabbricano per spararle (a un certo momento, diceva Napoleone, i fucili sparano da sé); l’arte della guerra si insegna per uccidere. Se vuoi la pace, prepara la pace; se vuoi la guerra, prepara la guerra. E, dunque, tutto fatalmente logico […].

Se siamo un mondo senza pace, la colpa non è di questi e di quelli, ma di tutti. Se dopo venti secoli di Vangelo siamo un mondo senza pace, i cristiani devono avere la loro parte di colpa. Tutti abbiamo peccato e veniamo ogni giorno peccando contro la pace. Se qualcuno osa tirarsi fuori dalla comune colpevolezza e farla cadere soltanto sugli avversari, egli pecca maggiormente, poiché, invelenendo gli animi, fa blocco e barriera col suo fariseismo. Se la colpa di un mondo senza pace è di tutti, e dei cristiani in modo particolare, l’opera della pace non può essere che un’opera comune, nella quale i cristiani devono avere un compito precipuo, come precipua è la loro responsabilità.
Ogni sforzo verso la pace ha una sua validità: chiunque vi si provi dev’essere guardato con fiducia e benevolenza. Il politico può far delle cernite, porre delle pregiudiziali: il cristiano mai. Il cristiano non può rifiutare che il male, per comporre cattolicamente ogni cosa buona […].

La pace è un bene universale, indivisibile: dono e guadagno degli uomini di buona volontà. La pace non s’impone (“non ve la do come la dà il mondo”); la pace si offre (“lascio a voi la pace”). Essa è il primo frutto di quel comandamento sempre nuovo, che la germina e la custodisce: “Vi do un nuovo comandamento: amatevi l’un l’altro”.
Nella verità del nuovo comandamento, commisurato sull’esempio di Cristo (“come io ho amato voi”), “tu non uccidere” non sopporta restrizioni o accomodamenti giuridici di nessun genere. Cadono quindi le distinzioni tra guerre giuste e ingiuste, difensive e preventive, reazionarie e rivoluzionarie. Ogni guerra è fratricidio, oltraggio a Dio e all’uomo. O si condannano tutte le guerre, anche quelle difensive e rivoluzionarie, o si accettano tutte. Basta un’eccezione, per lasciar passare tutti i crimini.

Per noi queste verità sono fondamento e presidio della pace; la quale non viene custodita né dalle baionette né dall’atomica, ma dal fatto che tutti gli uomini, compaginati in Cristo, formano con lui una sola cosa e hanno diritto di ricevere “una vita sempre più abbondante” da coloro che, per natura e per grazia, sono i suoi fratelli. Per questo noi testimonieremo, finché avremo voce, per la pace cristiana. E quando non avremo più voce, testimonierà il nostro silenzio o la nostra morte, poiché noi cristiani crediamo in una rivoluzione che preferisce il morire al far morire.

Persuasi che solo su questi principi si può fondare la pacifica convivenza dei popoli, noi accettiamo la stoltezza cristiana a costo di parere fuori della storia, che altrimenti continuerà a essere una catena di violenze o, se volete, un susseguirsi di fratricidi, cioè l’antistoria, e proponiamo: di renderne pubblica testimonianza, rifiutandoci a ogni svuotamento di essi, sia teorico che pratico; di accettare solo quei mezzi di fare la pace che non negano la pace, sia nei rapporti di nazione e di razza, che nei rapporti di classe e di religione, riprovando e condannando egualmente qualsiasi strumento di ingiustizia e di sopraffazione anche se si presenta sotto il nome di dovere; di creare un movimento di resistenza cristiana alla guerra, rifiutando l’obbedienza a quegli ordini, leggi o costituzioni che contrastano con la coscienza di chi deve preferire il comandamento di Dio a quello dell’uomo.

Se la guerra è un peccato, nessuno ha il diritto di dichiararla, neanche un’assemblea popolare. Se la guerra è un peccato, nessuno ha il diritto di comandare ad altri uomini di uccidere i fratelli. Rifiutarsi a simile comando non è sollevare l’obiezione, ma rivendicare ciò che è di Dio, riconducendo nei propri limiti ciò che è di Cesare.
Mettendoci sul piano del Vangelo e della Chiesa, non rinunciamo a difendere la giustizia, né confondiamo il bene col male prendendo una attitudine rassegnata o neutrale. La “pecora” che non intende farsi “lupo” non dà ragione al lupo; lasciarsi mangiare è l’unica maniera di resistere al lupo come pecora e di vincerlo. Questo è un atto di fede tremendo. Ne abbiamo così piena consapevolezza che la prima testimonianza che domandiamo a Dio di poter dare è proprio questa: credere che la pace non si può fare senza questa fede, che è venuta l’ora di questa fede.

Tu non uccidere [1955], Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 2002

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Amare i poveri

Amare i poveri

La nostra grande colpa come cristiani non è che dopo duemila anni ci siano ancora dei poveri, ma che sia umiliante e vergognoso fare il povero in terra cristiana, e che qualche forma della nostra carità ne abbia ribadito la vergogna. Metterli davanti, ai primi posti, una volta tanto: potrebbe anche essere una messa in scena.

Mi pare che ci fosse un giorno dell’anno in cui gli stessi schiavi venivano serviti a tavola dai padroni. Ma il giorno appresso si era da capo. Gesù li mette davanti; ma c’è anche lui coi poveri, povero come tutti e dì più. Egli non è uno spettatore: fa il povero, è il Povero. E l’onore e la dignità gliel’ha confermata al povero in questa maniera: non genericamente, alla povertà, ma a ciascuno, poiché egli è in ciascuno che ha fame e sete, che è senza casa e senza vestito, malato e prigioniero… come in un ostensorio.

L’ostensorio viene portato dal sacerdote più in alto in gerarchia. Il povero che porta l’ostensorio di Cristo non è più l’ultimo, ma il primo; e allora lo si mette a tavola e si è felici di servirlo, perché da questo servizio dipende la nostra salvezza.

“Se ci vuol tanto bene, a noi poveri, perché non ci fa tutti ricchi?”.
Ricchi! E diciamo questa magica parola, come se dicessimo: felici!
Se la ricchezza fosse sinonimo di felicità, avremmo ragione di dire a Cristo: “Che ne facciamo di un onore e di una dignità che non rendono?”.

Ma non è così. E dell’illusione che ci manca, ci compensa col metterci al primo posto ovunque, in chiesa e in paradiso. E “perché non veniamo meno lungo la via”, dice agli altri, che si sono fatti padroni dei beni di tutti, che non li possono tenere o che li possono tenere solo al patto che siano di tutti e che li amministrino come fa la mamma, che prima serve i figliuoli e, se n’avanza, quel poco che sopravanza, se lo tiene. Il di più è per i figliuoli, lo dà ai figliuoli.

Non so se questo è il significato comune della parola del Signore: “Il di più datelo ai poveri”. So però che quando nel nostro cuore entra un grande amore, l’ultimo posto è il nostro, e la misura “non misurata, scossa, sovrabbondante” va a finire dove pure il nostro cuore riposa. Gesù, con noi poveri, ha fatto così: i santi hanno fatto così.

Chi ama Cristo nei poveri non conosce certe difficoltà esegetiche, che sono piuttosto del cuore che del linguaggio. Quando il cuore non vuole capire, allora ci si fa precedere dalla ragione, che assai di rado capisce le ragioni che solo il cuore può capire.

Il compagno cristo [1945], Edizioni Dehoniane, Bologna 1977

La parola ai poveri

Ci sono davvero i poveri? La stessa impressione di quando mi chiedono se Dio c’è. Subito vogliono sapere: chi è? dov’è? cosa fa? I poveri sono “i figli di Dio”. Tra i poveri e Dio c’è una stretta somiglianza e un continuo incontro. Essi vivono così particolarmente legati a lui che nella mente e nel cuore dell’uomo Dio e il povero seguono uguali alternative di luce e di oscurità, di riconoscimento e di negazione, di avversione e d’amore. E per questo che gli atti del povero quasi istintivamente si riferiscono a Dio. Non ha detto Gesù che saremo giudicati secondo che avremo o no sfamato, dissetato, consolato lui stesso sotto le vesti del povero?

Per conoscere i poveri non basta la statistica. Anche la politica, che sembra aver dato coscienza ai poveri della loro forza, dei loro diritti, della possibilità di riacquistare la libertà perduta, il più delle volte, in realtà, li tradisce. I poveri, o sono il “sottoproletariato” di cui la strategia rivoluzionaria si serve come forza d’urto e di rottura, o l'”oggetto” di adescamento dei conservatori per rompere l’unità popolare.

Non basta neppure l’amore per conoscere i poveri: neppure l’amore di chi si mette generosamente e concretamente a loro disposizione, pagando di persona, e non con le parole e con i sacrifici degli altri, come troppo spesso fanno i politici. Io credo che anche questa forma di conoscenza sia incompleta e molte volte illusoria. Perché è impossibile superare un diaframma che realmente esiste, di capire cioè che cosa sia dover essere povero senza possibilità di elezione e di uscita.

I poveri sono scomodi, ingombranti, suscitano ripulsione intimidiscono. È facile dire una parola gentile a un uomo della nostra con dizione. Si sa o si può prevedere fino a che punto essa viene compresa. Ma non si sa mai che cosa il povero capisce e che cosa non capisce. È difficile misurare la profondità del suo dolore e la superficialità del suo piacere. Per conoscere veramente i poveri, per parlarne con competenza, bisognerebbe conoscere il mistero di Dio, che li ha chiamati “beati” riservando loro il suo regno.

Erode ha paura di Gesù che ha per palazzo una stalla e per culla una greppia. Bisogna che il povero non sia! E invece il povero vien fuori dalla nostra stessa miseria: come Gesù. Il povero è Gesù. Se non ci sono più poveri, non c’è neanche Gesù. Se vedo me stesso non posso non vedere il povero: se vedo Gesù non posso non vedere il povero.

Le vertigini del benestare prendono dapprima gli occhi: si ha bisogno di non vedere. Chi ha poca carità vede pochi poveri: chi ha molta carità vede molti poveri. Che strana virtù la carità! Moltiplica i poveri per la gioia di amare i fratelli, per la gioia di perdere la propria vita nei fratelli. E non sbaglia la carità, non fantastica: vede giusto, sempre. L’occhio della carità è l’unico che vede giusto. “Signore, quando mai ti vedemmo affamato, assetato, senza tetto, ignudo o in prigione?” (Matteo, XXV, 44).

Dio, chi è? Prima importa sapere se Dio c’è. I poveri, chi sono? Prima importa sapere se ci sono. Non mette conto ch’io spieghi chi sono i poveri, se non ci siamo ancora accorti che i poveri ci sono, e non lontano da noi. Pare assai comodo non vedere i poveri. Quella dei poveri, come quella di Dio, è una presenza scomoda. Sarebbe meglio che Dio non fosse; sarebbe meglio che i poveri non fossero: poiché se Dio c’è, la mia vita non può essere la vita che conduco; se i poveri ci sono, la mia vita non può essere la vita che conduco.

Sono parecchie le cose che non vorremmo che fossero. Ne nomino alcune, le più scomode, ma le più certe, purtroppo: la morte, il dolore, i poveri, Dio. Non vogliamo vedere Dio: non vogliamo vedere la morte: non vogliamo vedere il dolore: non vogliamo vedere i poveri. E sono invece le realtà più presenti; direi le presenze che non possiamo non vedere e non ricordare. Fino a quando riusciremo a tenere chiusi gli occhi davanti a queste certezze, che l’uomo può anche non voler vedere? Chiudo gli occhi un giorno: chiudo il cuore un giorno: chiudo la ragione un giorno, un anno, molti anni: poi, non ne posso più, e vedo Dio, la morte, il dolore, i poveri: proprio chi non vorrei vedere. Su ogni strada c’è una svolta: all’improvviso, ecco che dal mio intimo stesso risale la certezza che Dio c’è, e il dolore m’attanaglia, e la morte mi viene vicina, e il povero m’appare […].

È incredibile che il più buono degli uomini, il più mansueto, colui che da secoli porta la croce di tutti, faccia paura! Eppure, molti hanno paura del povero, come molti farisei avevano paura di Gesù, e non solo quando predicava, ma anche quando, condannato a morte, saliva il Calvario. Non fa paura il povero, non fa paura la voce di giustizia che Dio fa sua, fa paura il numero dei poveri.

Io non ho mai contato i poveri, perché i poveri non si possono contare: i poveri si abbracciano, non si contano. Eppure, c’è chi tiene la statistica dei poveri e ne ha paura: paura di una pazienza che si può anche stancare, paura di un silenzio che potrebbe diventare un urlo, paura di un lamento che potrebbe diventare un canto, paura dei loro stracci che potrebbero farsi bandiera, paura dei loro arnesi che potrebbero farsi barricata.

Sarebbe così facile andare incontro al povero! Ci vuoi così poco a dargli speranza e fiducia! Invece, la paura non ha mai suggerito la strada giusta. Ieri la paura pagò i manganellatori: oggi non vorrei che foraggiasse i reazionari, invece d’incominciare finalmente un’opera di giustizia verso coloro che hanno diritto alla giustizia di tutti. Ma, dicono, c’è da perdere, oggi, a far lavorare. E chi vi ha detto che si debba sempre guadagnare quando diamo lavoro? Prima del guadagno, c’è l’uomo: prima del diritto al guadagno, c’è il diritto alla vita. Sta scritto: “Tu non uccidere”. il guadagno può farci omicidi: Giuda ha venduto il “sangue del giusto” per trenta denari.

L’economia ha le sue leggi, ma tutti hanno diritto di mangiare. Tutti siamo chiamati a dar da mangiare agli affamati su quello che abbiamo in tavola. Produrre per l’uomo: non per il guadagno di qualcuno. Abbiamo capovolto il pensiero di Dio e i conti non tornano neanche per chi guadagna, perché deve fare il negriero per guadagnare. Come lo fanno quasi tutti i padroni del mondo. Questa è la crociata da bandirsi, prima ancora di quella anticomunista.

Anche per questi, che non credono in Dio anche se fabbricano chiese, che tolgono a tanti giovani la gioia di avere una famiglia, che mettono sulla strada tante figliole, che rubano la speranza e rendono accettabile l’assurdo comunista, c’è la scomunica.

La paura fa anche dire: – Non sono mai contenti i poveri: diamo cinque, ed è come se non glieli avessimo dati: diamo dieci, e il volto non cambia. La ragione c’è, e non vi fa onore. Date cinque, e con la mano tenete il cuore chiuso: date dieci, e il cuore lo tenete ancora più chiuso. Perché teniamo il cuore chiuso con i poveri? Crediamo, forse, che essi abbiano soltanto bisogno di “aumenti”? La povertà non si paga: la povertà si ama.

Per questo motivo non raggiungeremo mai l’incontro lungo la strada delle concessioni. Fino a quando ci sarà una classe che può concedere, e una classe che può reclamare un diritto, non avremo mai il ponte. Qualcuno trova più comodo e redditizio distrarre e stordire il povero con dei divertimenti, onde fargli dimenticare che ha qualcosa da chiedere, una richiesta di giustizia da presentare. Per togliergli dignità, per togliere al povero la sua “eminente dignità”, lo si stordisce. I patrizi della decadenza avevano creato il “tribunum voluptatum” per sollazzare i poveri. Ho l’impressione che, oggi, molti, borghesi e no, si assumerebbero volentieri, direttamente o indirettamente, il poco nobile ufficio. I poveri che si divertono non fanno le barricate: i popoli che si abbrutiscono si possono comperare […].

Senza una conoscenza umana del povero, non si arriva alla conoscenza fraterna. l’uomo deve vedere l’uomo nel povero. Il “compagno” non basta, il “camerata” non basta, come non basta colui che è della nostra razza, della nostra classe, della nostra nazione.

Non disprezzo nessuna conoscenza e nessun vincolo, ma abbiamo troppo sofferto, e tuttora soffriamo, di questi limiti di umanità: abbiamo troppo sofferto per quello che è legato alle parole razza, nazione, casta, classe, per accoglierle come il momento della nostra conoscenza. Abbiamo bisogno di veder subito l’uomo, per non cadere di nuovo nella tentazione d’ipotecare la giustizia e di restringere il cuore. Vogliamo anzitutto una visione umana del povero, perché il povero non ha nazione, né classe, né razza, né partito: è l’uomo che domanda a tutti pietà e amore.

E quando dico voglio vedere l’uomo, non intendo l’uomo dei filosofi, che non m’interessa, come non m’interessa il dio dei filosofi. Intendo l’uomo reale, l’uomo vero, in carne e ossa: uno cioè che posso toccare. E quest’uomo che posso toccare e che chiede pietà sono io stesso. Povero è l’uomo, ogni uomo. Non per quello che non ha, ma per quello che è, per quello che non gli basta, e che lo fa mendicante ovunque, sia che tenda la mano, sia che la chiuda.

Il povero sono io, chi ha fame sono io, chi è senza scarpe sono io. Questa è la realtà: così è il vedere reale. Io sono il povero; ogni uomo è il povero!

La parola ai poveri, La Locusta, Vicenza 1960.

 

 

 

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Bibliografia

Manca un tutt’oggi una biografia di Mazzolari esauriente e fondata su criteri scientifici sicuri. Un punto di partenza può, comunque, essere costituto da Carlo BELLO, «Primo Mazzolari. Biografia e documenti», Brescia, Queriniana, 1978, un cui si può affiancare il più agile e più recente Arturo CHIODI, «Primo Mazzolari. Un testimone ‘in Cristo’ con l’anima del profeta», Milano, Centro Ambrosiano, 1998. Anche se sintetico, per la collana in cui è inserito, il lavoro di insieme da cui non si può prescindere è Mariangela MARAVIGLIA, «Primo Mazzolari. Nella storia del Novecento», Roma, Studium, 2001, mentre G. LUPO, «Mazzolari Oggi», Torino, SEI, 1996 tenta una lettura complessiva della figura in chiave di attualità. Chi voglia accostarsi alla figura del prete cremonese ha anche a disposizione una serie di saggi di studiosi e testimoni che ne hanno coltivato in vita l’amicizia, preoccupandosi poi di mantenerne viva la memoria. In questo filone, si inseriscono: G. BARRA, «Mazzolari, un profeta obbediente», Torino, Piero Gribaudi 1966; G. ASTORI, «Il mio amico don Primo Mazzolari», Vicenza, La Locusta 1971; S. RAVERA, «Due profili. Pierre Teilhard de Chardin – Primo Mazzolari», Vicenza, La Locusta, 1971; N. FABBRETTI, «don Mazzolari, don Milani. i “Disobbedienti”», Milano, Bompiani, 1972. Con ambizioni più sostenute, si pongono, invece, i lavori di padre Aldo BERGAMASCHI: «Presenza di Mazzolari. Un contestatore per tutte le stagioni», Bologna, Edizioni Dehoniane, 1986 «Mazzolari fra storia e Vangelo», Verona, Morelli, 1987 «Primo Mazzolari, Una Voce terapeutica», Verona, Il Segno, 1992. La vicenda mazzolariana è poi approfondita in volumi che raccolgono gli atti di importanti convegni, come «l’attualità di Mazzolari», atti del convegno di studio organizzato dal comitato provinciale della DC di Cremona e dall’ufficio Centrale della DC per i problemi della cultura, Roma, Cinque Lune, 1981; «Don Primo Mazzolari. L’uomo, il cristiano, il prete», atti del convegno di Sotto il Monte, 20-21 aprile 1985, Milano, Cens 1986 [ora Sotto il Monte, Servitium, 1999]; «Don Primo Mazzolari Tra testimonianza e storia», atti del convegno di San Pietro in Cariano (VR), 8-10 ottobre 1993, San Pietro in Cariano (VR), Il Segno dei Gabrielli Editori, 1994. Non mancano poi gli approfondimenti su aspetti o momenti della vita di Mazzolari, a partire dall’esperienza di “Adesso”, rivisitata in Aldo BERGAMASCHI, «Mazzolari e lo ‘scandalo’ di Adesso», Torino, Gribaudi, 1967, in L. BEDESCHI, «L’ultima battaglia di Don Mazzolari. “Adesso” 1949-1959», Brescia, Morcelliana, 1990 e soprattutto in Mariangela MARAVIGLIA, «Chiesa e storia in “Adesso” (1949-1959)», Bologna, Edizioni Dehoniane, 1991 e Giorgio CAMPANINI – M.rioTRUFFELLI (a cura di), «Mazzolari e “Adesso” – Cinquant’anni dopo», atti del convegno di Brescia, 9-10 aprile 1999, Brescia, Morcelliana, 2000. Sull’approccio mazzolariano alla politica, si concentra Giorgio CAMPANINI, «don Primo Mazzolari fra religione e politica», Bologna, Edizioni Dehoniane, 1989 , mentre sul periodo tra le due guerre mondiali si soffermano gli studi di Stefano ALBERTINI, «don Primo Mazzolari e il fascismo 1921-1943», Mantova, Litografica Cannetese 1988, e di F. MOLINARI, «La più bella avventura e le Sue ‘disavventure ’50 anni dopo», supplemento al “Notiziario Mazzolariano”, XIV, 1984, n. 3 [1985], entrambi promossi dalla Fondazione don Primo Mazzolari. La rivista “Impegno” presenta poi diversificazione sui singoli contributi che ripercorrono esperienze particolari della biografia del parroco cremonese, Soprattutto nella raccolta degli atti delle annuali giornate di studio promosse da qualche tempo in qua dalla Fondazione stessa. Rimane ancora in larga misura da approfondire il pensiero teologico mazzolariano. Un serio tentativo in questa direzione è stato compiuto da G. SIGISMONDI, «La Chiesa: “un focolare Che Non CONOSCE assenze”». Studio del pensiero ecclesiologico di don Primo Mazzolari (1890-1959), Assisi (PG), edizioni Porziuncola, 1993 mentre più limitato rimane i “Christifideles laici” secondo don Primo Mazzolari, atti del convegno di Cremona, 6 ottobre 1990, Cremona, SNT, 1991.

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